Una volta c’era il telex.
Quelli della mia generazione, che hanno lavorato in un centro uffici negli anni ’80, lo ricordano perfettamente: una sorta di macchinona da scrivere, enorme, con una fessura in cui veniva perforata una banda (gialla) che era letta in un’altra fessura e qundi archiviata. Era uno strumento che si collegava ai CED delle Poste Italiane e che garantiva, proprio perchè le poste facevano da tramite, che una comunicazione fosse ricevuta integralmente a un corrispondente. Di più, tutte le copie delle transazioni venivano conservate per 10 anni, così da costituire prova tangibile dello scambio epistolare.
A volte era l’unico modo per inviare ordini, in tempo reale, anche in posti inaccessibili oltre la cortina di ferro o in Africa. E l’indirizzo era una sorta di acronimo della propria ragione sociale: il nostro era 430275 BUSCEN – I.
A distanza di 20 anni arriva la posta elettronica certificata che funziona in modo analogo. Si acquista una casella di posta apposita da un provider accreditato e da quel momento si può inviare (e ricevere) una comunicazione ad (e da) un’altra casella certificata con la certezza che la trasmissione avrà un valore legale. Il provider è obbligato a mantenere traccia della trasmissione per 30 mesi, così da garantire, come nel caso del telex, evidenza dello scambio. Per legge devono avere la PEC tutti gli ordini professionali, dalla fine dello scorso anno, tutte le società di capitale di nuova costituzione e, entro un paio d’anni, anche tutte le restanti società di capitali già costituite. Tutto ciò prenderà il posto della posta raccomandata.
Come si riconosce una casella di posta certificata da una normale: l’indirizzo è composto da nome@pec.provider.xx, dove “pec” identifica la casella certificata.
Se poi uno si vuole complicare la vita, e questo è il nostro caso, cambia completamente il vecchio provider di posta elettronica e sposta tutto presso un provider che possa gestire e ospitare, in modo personalizzato, questa casella. Per cui, al posto di un generico “@pec.provider.xx” ora abbiamo la nostra casella di posta elettronica certificata personalizzata.
Così da oggi, per qualsiasi comunicazione che debba avere un valore ufficiale potrete scrivere a info@pec.businesscenter.it.
Vabbè, direte, il solito esteta. Sì, avete ragione, ma in questo modo, cambiando il fornitore del server di posta (che per inciso è Aruba) ho ancora, come ai tempi del telex, un indirizzo personalizzato. E in più un sacco di altre cose personalizzabili secondo le mie necessità.
Perchè dicevo “PEC-cato che non l’abbiano tutti”? Perchè purtroppo quello che utilizziamo non è uno standard internazionale. Nonostante segua dei protocolli davvero rigidi, riconosciuti anche a livello internazionale, questo standard non vale se non per l’Italia. Ed è un vero PEC-cato perchè si potrebbe utilizzare uno strumento davvero flessibile e veloce evitando sprechi di tempo, denaro e carta.
Gianluca Pollesel
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